Due mondi che faticano a convivere
La maternità è spesso rappresentata come uno spazio di accudimento, stabilità e protezione. Ma quando una donna fa uso di sostanze, quel modello ideale entra in crisi, e con esso si incrinano anche la possibilità di chiedere aiuto e l’accesso ai percorsi di cura. La società fatica a concepire una madre tossicodipendente, e questa incomprensione genera giudizio, isolamento e paura.
Eppure, molte donne che soffrono di dipendenze sono anche madri, e proprio la presenza di un figlio può diventare un fattore motivante per iniziare un percorso terapeutico. Ma questo è possibile solo se i servizi riescono a costruire un contesto accogliente, che non parta dal sospetto o dalla colpevolizzazione, ma dalla fiducia e dalla cura.
Le sfide della madre con dipendenza
Per una madre che vive una dipendenza, accedere alla cura può rappresentare un doppio rischio: da un lato il bisogno di proteggere il proprio bambino, dall’altro il timore di essere separata da lui. Questo paradosso porta molte donne a nascondere il problema, ad affrontarlo in solitudine o ad accedervi solo quando la situazione è ormai compromessa.
Inoltre, molte strutture di accoglienza non sono attrezzate per ospitare madri con figli, o non prevedono percorsi terapeutici integrati che includano la genitorialità come parte della cura. Mancano luoghi protetti in cui essere madre e persona in cura siano ruoli compatibili.
Le implicazioni mediche, psicologiche e sociali sono significative: gestire una gravidanza in presenza di uso di sostanze richiede una presa in carico multidisciplinare, delicata e rispettosa, capace di accompagnare sia la donna che il nascituro, evitando che la marginalità diventi un destino ereditato.
Esempi specifici: amore e paura nella stessa scelta
Valentina, 26 anni, ha scoperto di essere incinta mentre era ancora nel pieno dell’uso di eroina. “La prima cosa che ho pensato è stata che non potevo diventare madre. Ma poi ho capito che forse quel figlio poteva salvarmi. Avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse a non scappare da me stessa.”
Laura, 33 anni, aveva già due figli piccoli quando ha iniziato a usare metadone fuori prescrizione. “Avevo paura che mi portassero via i bambini. Così ho smesso di andare al Sert, e la situazione è peggiorata. Quando finalmente ho trovato un centro che accoglieva anche le madri, ho sentito che c’era ancora speranza”.
Queste storie mostrano quanto sia importante creare spazi terapeutici in cui la maternità non sia vista come un ostacolo, ma come parte della soluzione.
L’approccio del CTS
Il nostro centro riconosce il valore della maternità anche in contesti di fragilità. Per questo, nei percorsi terapeutici personalizzati, integriamo la cura della dipendenza con il sostegno alla genitorialità, lavorando con équipe specializzate nella tutela della madre e del bambino.
All’interno della nostra comunità terapeutica per tossicodipendenti ci impegniamo per costruire percorsi rispettosi delle relazioni familiari, offrendo supporto psicologico, medico e sociale anche per chi è madre o è in gravidanza.
Affidati a chi può davvero aiutarti
Affidati al Centro Torinese di Solidarietà, una comunità terapeutica specializzata nella cura della dipendenza da sostanze come droghe e alcol, che offre un percorso che motiva e sostiene la persona, coinvolgendo personale medico e psicologi, e traendo beneficio dalla forza terapeutica del gruppo, grazie a un confronto e un dialogo con altre persone che affrontano la stessa dipendenza.
Scopri l’approccio del CTS per la cura della tossicodipendenza
Gioco patologico e finanza personale: ti sei fatto prestare dei soldi o hai venduto qualcosa per ricavare dei soldi da giocare?
Quando il bisogno di soldi diventa un allarme
Uno degli effetti più frequenti della dipendenza da gioco è il deterioramento progressivo della gestione finanziaria. Le proprie risorse economiche non bastano più, ma il bisogno di giocare resta inalterato, anzi, spesso si intensifica. È in questo momento che si iniziano a mettere in atto comportamenti a rischio: chiedere soldi in prestito, vendere oggetti personali, impegnare beni di valore.
Molti raccontano di aver cominciato con piccole cose: la vendita di un cellulare, un prestito chiesto a un amico con una scusa (“ho dimenticato il portafoglio”, “mi è saltata una bolletta”). Ma nel tempo si passa a situazioni più gravi: vendere l’auto, impegnare gioielli di famiglia, chiedere finanziamenti a più banche. Spesso senza che nessuno intorno sappia cosa stia succedendo.
La realtà supera il limite: due esempi concreti
Marco ha 38 anni, un lavoro a tempo indeterminato e una famiglia con due figli. Per mesi ha chiesto piccoli prestiti agli amici, raccontando scuse diverse: un guasto alla macchina, una bolletta dimenticata, una spesa imprevista. In realtà quei soldi servivano per continuare a giocare online, dove aveva già perso migliaia di euro. Un giorno ha venduto il tablet dei figli per “tentare il colpo che avrebbe rimesso tutto a posto”. Non ci è riuscito, e solo allora ha chiesto aiuto.
Maria, pensionata, ha cominciato a vendere oggetti d’oro che teneva in casa. All’inizio un anello, poi una collana, infine la fede nuziale. Ogni volta giurava a sé stessa che sarebbe stata l’ultima. Quando si è trovata a dover chiedere soldi alla figlia per fare la spesa, si è resa conto che il gioco aveva preso il controllo della sua vita.
Il denaro diventa solo un mezzo per giocare
Il denaro non viene più utilizzato per vivere: viene cercato unicamente per continuare a giocare. Saltano le priorità: la spesa, l’affitto, i figli, la salute. Tutto passa in secondo piano. Chi è intrappolato nella ludopatia sviluppa una vera e propria distorsione nella percezione del denaro. Anche cifre molto alte vengono giocate in pochi minuti, con la speranza di “rientrare” e sistemare le cose.
Se ti sei riconosciuto in queste situazioni o conosci qualcuno che le vive, è importante sapere che uscire da questo meccanismo è possibile, e che non sei solo. Il nostro centro di cura per la ludopatia può aiutarti a ricostruire un rapporto sano con il denaro e con te stesso.
Scopri l’approccio del CTS come Comunità di cura per il gioco d’azzardo.

